L'arte del tradurre di Matilda Colarossi


“Anche tradurre è, come far musica e poesia, come dipingere un quadro e scolpire una statua, sforzo e anelito di conquistare e di possedere la propria realtà”. – Manara Valgimigli

L’arte del tradurre, come dice Valgimigli, è proprio come fare musica e poesia, è come dipingere e scolpire. Tradurre è virtuosismo, talento e anche orecchio. Senza dimenticare, per dirlo in termini polizieschi, il lavoro di ‘profiling’ di ogni traduttore: bisogna studiare la voce dell’autore, capirne le sfumature, decifrarle e poi reinterpretarle in un’altra lingua. E per colui che trova la giusta soluzione per una parola difficile, una frase, od un paragrafo, si tratta certamente di arte in movimento. Valerio Magrelli nella poesia L’imballatore ci definisce così: “L’imballatore chino/ che mi vuota la stanza/ fa il mio stesso lavoro./ Anch’io faccio cambiare casa/ alle parole, alle parole/ che non sono mie…”

Siamo, dunque, imballatori, e ‘profiler’, ed anche artisti che fanno della lettura un’arte: “Il traduttore,” dice Primo Levi nel suo libro L’altrui mestieri, “il traduttore è il solo che legga veramente un testo, lo legga in profondità, in tutte le sue pieghe, pesando e apprezzando ogni parola e ogni immagine…”

Ho trascorso la prima parte della mia vita a leggere tutto ciò che trovavo, ed ero convinta di essere una lettrice attenta…finché non ho imparato a tradurre (Firenze, 2001: Protr@d, SETL – Scuola Europea di Traduzione Letteraria). In seguito ogni minuto passato a leggere una frase è diventato una cosa totalmente diversa, una cosa difficilissima. Era come essere di nuovo a scuola, a studiare letteratura inglese, quando in ogni parola di ogni poesia si muoveva una vita, una vita che si poteva vedere solo con un’attenzione speciale.  Io amo la traduzione per questo motivo: mi permette di prendere le parole, scomporle e poi rimetterle al loro posto.  Diverse ma sempre uguali. Restituisco i sentimenti in un’altra forma, in un altro alfabeto.

L’altro alfabeto l’ho conosciuto prestissimo, eppure no. In me, la lingua originale e quella d’arrivo si mescolano, si confondono: sono nata in Italia, cresciuta in Canada, e poi adottata dalla città di Firenze da adulta, dopo una laurea in Teatro e Letteratura Italiana. Passo dall’italiano all’inglese facilmente, ma non è stato facile. La lingua italiana è bellissima ma difficile. Forse impossibile a volte. Ma i suoni, i suoni sono quelli della mia infanzia. Quando traduco, uso il ricordo di quei suoni per aiutarmi a capire il significato delle parole. Quando traduco, uso la capacità linguistica che ho appreso a scuola – l’unica scuola che io abbia mai frequentato: quella canadese – per riprodurre quei suoni. Ed ecco che si mescolano di nuovo: l’italiano e l’inglese, la lingua originale e la lingua d’arrivo. Quale delle due è più importante? Entrambe. Sono egualmente importanti. Perché tradurre è sia una responsabilità che una promessa. È la promessa che facciamo all’autore di trasportare, come dice Magrelli, l’imballaggio, in questo caso le parole, con grande attenzione. E sebbene le promesse spesso non vengono mantenute, noi traduttori cerchiamo sempre di fare del nostro meglio.

Ci impegniamo al massimo dunque, sapendo bene che, come dice Levi: “L’autore che trova davanti a sé una sua pagina tradotta in una lingua che conosce si sente volta a volta, o a un tempo, lusingato, tradito, nobilitato, radiografato, castrato, piallato, stuprato, adornato, ucciso. È raro che resti indifferente nei confronti del traduttore, conosciuto o sconosciuto, che ha cacciato naso e dita nelle sue viscere: gli manderebbe volentieri, volta a volta o a un tempo, il suo cuore debitamente imballato, un assegno, una corona di lauro o i padrini.”  – Matilda Colarossi

Posted on 09/12/2017

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